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Questo post raccoglie l’intervento di Massimo Bray al convegno La diplomazia culturale per creare sviluppo, tenutosi a Roma, presso l’Accademia d’Egitto, il  26 Ottobre 2016.

Alle autorità, agli studiosi e al pubblico presenti vanno il mio saluto e il mio ringraziamento. Desidero ringraziare in primo luogo Cleophas Adrien Dioma, presidente dell’Associazione Le Réseau, che dal 2002 opera per valorizzare l’apporto dei migranti alla cultura, all’economia e alla vita civile del nostro Paese e che organizza ormai da quattordici anni il festival Ottobre Africano, un mese di eventi distribuiti su tutto il territorio nazionale che spaziano dalla letteratura, all’arte, alla musica, al cinema nonché al dibattito socioculturale, con il meritevole obiettivo, come mi ha scritto Dioma, «della reciproca conoscenza e della collaborazione fra immigrati ed italiani, per favorire un’integrazione fondata sul rispetto, sulla comunicazione, sullo scambio e sulla valorizzazione culturale».

È con grande piacere che ho accettato l’invito a partecipare al convegno La diplomazia culturale per creare sviluppo, organizzato all’interno del festival per aprire una riflessione di ampio respiro sul tema della cultura come veicolo per la costruzione di nuove e più equilibrate relazioni internazionali, perché credo che questo sia un nodo fondamentale della ridefinizione dei rapporti tra nord e sud del mondo e tra oriente e occidente; una ridefinizione che passa dall’emergere di nuove potenze finanziarie e dalla fine del primato dei Paesi occidentali, e che sta avvenendo con una rapidità impensabile rispetto al passato a causa del repentino accorciamento delle distanze causato dalla globalizzazione e dallo sviluppo delle nuove tecnologie.

Siamo ancora in una fase in cui ogni scenario è aperto e non sono prevedibili le conseguenze sul medio e lungo periodo di questo mutamento ancora poco analizzabile: e questo è senza dubbio un vantaggio, perché ci permette di operare per tempo per trasformare questa ridefinizione dello scacchiere internazionale in un’opportunità e non in un ulteriore motore di conflitti, come è avvenuto nella maggior parte dei casi nel corso della storia umana e come purtroppo numerose gravi criticità lasciano presagire che potrà avvenire ancora, a meno che non si abbia il coraggio di adottare un radicale mutamento di prospettiva e abbandonare l’idea che il sistema economico mondiale possa basarsi soltanto su una crescita infinita e su un capitalismo sfrenato – le cui conseguenze sono d’altronde già ben visibili per l’ambiente naturale come per la vita umana.

Solo una società globale che sappia ridurre le disparità al suo interno può, infatti, sperare di oltrepassare il punto di rottura del sistema capitalistico senza che ciò comporti conseguenze drammatiche in termini di coesione civile. Ne è dimostrazione la gravissima crisi economica mondiale – i cui effetti sono ancora ben lungi dall’esaurirsi –, che ha allargato la forbice tra ricchi e poveri, causato la perdita di milioni di posti di lavoro, originato un’ondata populista che ha intaccato profondamente il sistema politico europeo, aperto la strada al rifiorire dei fondamentalismi religiosi e arroventato il clima politico a livello internazionale – evidente conseguenza ne è, ad esempio, il fatto che si stiano intensificando i movimenti militari ai confini tra Europa e Russia.

Il momento che stiamo vivendo è per molti versi assai complesso, ma può anche essere l’occasione per ripensare finalmente i rapporti internazionali su basi completamente altre rispetto a quelle del passato, che sono il retaggio di un passato colonialista che ha condotto all’aspetto geopolitico e socioeconomico gravemente sbilanciato che caratterizza tuttora il nostro mondo.

Per far questo, io sono convinto che si debba partire dalla cultura: è, ovviamente, del tutto condivisibile quanto scrivono gli organizzatori di questo convegno, che «i fattori culturali dovrebbero essere sempre al centro di ogni progetto di cooperazione allo sviluppo, e ignorarli può portare al fallimento dei progetti stessi», perché la cultura è «un elemento che facilita la conoscenza e il dialogo tra le diverse culture e quindi un elemento di pace». Ma c’è dell’altro: la cultura può certamente essere un veicolo, un mezzo per avviare nuove interazioni politiche e commerciali tra Stati; tuttavia, ancor più, essa deve diventare un fine, e la tutela delle sue infinite declinazioni dovrebbe divenire un obiettivo primario per ogni governo nonché per le grandi istituzioni e organizzazioni internazionali. Quello che dobbiamo infatti comprendere è che il mosaico di culture che sussistono nel mondo è un patrimonio fragile, che deve essere tutelato ad ogni costo poiché una volta perduto sarà praticamente impossibile da recuperare.

Un’infrastruttura si può ricostruire, una terra bruciata può tornare a produrre, ma una lingua che si estingue, una tecnica alimentare o artigianale di cui si perde la memoria sono beni immateriali che, se spariscono non torneranno più; e per invertire questo processo occorre mettere in campo una sinergia che passi dal nazionale al locale, dalle istituzioni ai cittadini e viceversa, in uno scambio virtuoso che coinvolga il maggior numero possibile di Paesi, e ascoltando le istanze che vengono dal basso, dalla società civile, dalle comunità locali che, grazie alle nuove tecnologie, hanno ora la possibilità di guadagnare evidenza e di connettersi tra loro in un grande progetto comune.

È un processo difficile da portare avanti forse più oggi che in passato, perché l’uniformazione dei gusti, delle mode, dei consumi a livello planetario sta divorando rapidamente moltissime culture, specie le più deboli e periferiche: ma d’altronde l’uomo è sempre stato attirato dall’altro e dal diverso, dalla contaminazione di tradizioni e usanze, dallo scambio di tecniche e prodotti con popoli lontani – e si potrebbero citare numerosissimi esempi, tratti da tutta la storia umana: quello che occorre è proprio recuperare e far recuperare ad ogni popolo la consapevolezza del valore della cultura e dell’identità di cui è portatore, e incentivare la curiosità verso tutto ciò che devia dai modelli di consumo impostici a livello globale.

Lo sviluppo degli scambi culturali, nel favorire l’incontro tra i popoli, può divenire allo stesso tempo la premessa di un confronto e di uno scambio virtuoso tra le società di Paesi anche lontani per tradizioni e sensibilità, e dare un importante contributo, di conseguenza, alla diplomazia.

Mi è capitato in passato di citare a questo proposito un passo del memorabile discorso pronunciato il 5 settembre 2000 alle Nazioni Unite dal presidente Mohammed Khatami nel contesto di una tavola rotonda sul dialogo tra le civiltà:

«Per garantire una naturale unità e armonia, di forma e sostanza, alla dimensione globale della cultura, e per prevenire l’anarchia e il caos, tutte le parti in causa dovrebbero intraprendere un dialogo attraverso il quale scambiarsi saperi, esperienze e conoscenze nelle diverse aree tematiche della cultura e della civiltà. Oggi è impossibile impedire alle idee di circolare liberamente tra culture e civiltà delle più disparate regioni del mondo. Comunque, in assenza di dialogo tra pensatori, studiosi, intellettuali e artisti provenienti da diverse culture e civiltà, il pericolo di un “vagabondaggio culturale” sembra imminente. Una tale condizione priverebbe tutti noi sia del conforto derivante dall’esperienza della propria cultura, che di quello che potrebbe offrire il vastissimo, aperto orizzonte della cultura globale».

Quella del dialogo tra le culture è una missione importante non soltanto sul piano – che è già di per sé, ovviamente, fondamentale – dello scambio intellettuale e, di conseguenza, della possibilità di convivere armonicamente all’interno di una stessa società pur appartenendo a culture che possono essere molto diverse tra di loro; è un compito cruciale anche in vista della coesistenza pacifica tra gli Stati. Ed è ancora alle parole del presidente Khatami che vorrei richiamarmi, parole nelle quali l’importanza e l’urgenza del dialogo tra le culture da questo punto di vista sono espresse nel modo più chiaro e più alto:

«Per spingere i governi e i popoli del mondo ad abbracciare un nuovo paradigma di dialogo tra culture e civiltà, dobbiamo imparare dalla storia, e specialmente dalle terribili catastrofi umanitarie che hanno avuto luogo nel corso del XX secolo. Dobbiamo esaminare criticamente il paradigma che domina sulle relazioni internazionali, basato sul potere e sulla celebrazione di esso. Da una prospettiva etica, per realizzare il paradigma del dialogo tra civiltà è necessario rinunciare alla brama di potere e, allo stesso tempo, fare appello al desiderio di empatia e di compassione. Senza questo desiderio di empatia, compassione e comprensione non c’è speranza che l’ordine possa prevalere nel nostro mondo».

Siamo di fronte a scelte particolarmente delicate che devono trovare sbocco in luoghi e forme di aggregazione comuni dove il dibattito sulle politiche, come sulle idee, possa svilupparsi in un contesto politico fecondo e condiviso, in cui tutti i Paesi, anche quelli la cui identità è fondata su una storia e una cultura plurimillenarie diverse e la cui immagine viene dipinta sui mass-media occidentali in modo diverso. Ogni Paese che creda nei suoi valori ed è determinato a costruire anche sulla base di essi un proprio ruolo positivo sullo scenario internazionale non può assolutamente essere giudicato, superficialmente e dall’esterno, senza tener conto delle sue complessità e della sua vera, profonda ricchezza.

Insomma, in un periodo di diffuse tensioni internazionali, di crisi ambientali che paiono ancora irrisolvibili, di emergenze umanitarie che si aggravano ogni giorno, la diplomazia culturale può essere la base da cui ripartire per costruire un futuro diverso: alcuni segnali positivi vengono in tal senso anche dall’Unione Europea.

In linea con l’Agenda Europea 2030, che riconosce la diversità culturale e il dialogo interculturale come principi essenziali dello sviluppo sostenibile, la Commissione europea ha adottato, lo scorso 8 giugno, una Strategia per le relazioni culturali internazionali per incoraggiare la cooperazione culturale tra l’Unione e i suoi Paesi partner e per «promuovere un ordine mondiale basato sulla pace, sullo stato di diritto, sulla libertà di espressione, sulla comprensione reciproca e sul rispetto dei valori fondamentali».

Il ministro Mogherini, in quell’occasione, ha dichiarato che «la cultura deve essere parte integrante della nostra politica estera, perché è un potente strumento per costruire ponti tra le persone, in particolare tra i giovani, e rafforzare la comprensione reciproca», e ha continuato affermando che, «siccome ci troviamo di fronte a sfide comuni, la cultura può aiutare tutti noi, in Europa, Africa, Medio Oriente e Asia, a rimanere uniti per combattere la radicalizzazione e instaurare un’alleanza delle civiltà contro chi tenta di dividerci».

La cultura, quindi, può diventare, anche nell’azione politica dell’Unione, sempre di più un volano di crescita economica, non solo nelle sue forme tradizionali, ma soprattutto grazie alle industrie culturali e creative e al turismo, specialmente lavorando in sinergia con altri settori e con il fondamentale coinvolgimento del settore privato e della società civile.

Ad esempio, per quanto riguarda le industrie culturali e creative, l’Unione ha finanziato il programma Cultures Plus,rivolto a paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico e specificamente dedicato a salvaguardare le loro diversità culturali rinforzando le capacità dei professionisti del settore; il programma quadro Europa creativa, dedicato al settore culturale e creativo per il 2014-2020con l’obiettivo di proteggere la diversità linguistica e culturale, è aperto anche ai paesi limitrofi e ai candidati all’adesione; numerose sono anche le azioni concrete intraprese dall’Unione a salvaguardia del patrimonio culturale mondiale: ad esempio, la partecipazione al restauro dei manoscritti di Timbuctu in Mali, distrutti dalla follia integralista islamica nel 2012 e il sostegno alla Fondazione Anna Lindh nel Mediterraneo meridionale per il programma Young Arab Voices che vuole incoraggiare il dialogo tra giovani leader e rappresentanti della società civile del Nord Africa e Medio Oriente per ostacolare la diffusione della radicalizzazione violenta.

Inoltre, il programma Horizon 2020 sostiene la ricerca sulla diplomazia culturale e sul patrimonio culturale mediante progetti multinazionali e interdisciplinari, mentre risale allo scorso 26 gennaio l’istituzione della Piattaforma per la diplomazia culturale europeache coinvolge tutti i soggetti interessati, tra cui delegazioni UE, istituti di cultura e fondazioni nazionali, imprese pubbliche e private, società civile, e che offre consulenza politica e agevola la creazione di reti e la definizione di programmi di formazione sulla leadership culturale.

Gli istituti di cultura hanno un ruolo fondamentale nella diplomazia culturale: pensiamo ad esempio, per l’Italia, a Società Dante Alighieri, che dal 1889 si incarica di tutelare e promuovere la cultura italiana all’estero, o la stessa Accademia d’Egitto che oggi ci ospita, la cui prestigiosa storia inizia nel 1929 grazie a Ragheb Ayad, che intuì l’importanza di rappresentare all’estero la produzione artistica del proprio Paese come uno stimolo alla creatività e alla reciproca conoscenza.

Anche la società civile, tuttavia, ha un ruolo di primo piano nello scongiurare il diffondersi di atteggiamenti di chiusura, quando non di aperto razzismo, e nel favorire l’integrazione attraverso un linguaggio universale come quello della cultura. Moltissime sono le associazioni italiane, dalle più grandi e note a quelle più piccole ma ugualmente determinate, che operano in Africa con intento non meramente assistenzialistico ma cercando piuttosto di favorire in loco l’avvio di imprese culturali capaci di produrre redditi in modo virtuoso; penso ad esempio alla piccola onlus Deserto Verde che nel villaggio di Pikieko in Burkina Faso sostiene l’avvio di una piccola manifattura femminile di burro di karité, recuperando quindi una materia e una tecnica locale; ma potrei citare centinaia di esempi simili.

Anche in Italia, naturalmente, ci sono numerosissime associazioni che lavorano per l’integrazione e per lo scambio culturale con le comunità africane; per non parlare dei tantissimi ragazzi di seconda generazione, nati o cresciuti nel nostro Paese ma ancora partecipi della propria identità originaria, che possono far sentire la loro voce, raccontare il loro punto di vista e arricchire il nostro panorama culturale attraverso la musica, l’arte figurativa, il cinema, ma anche la moda, l’artigianato, la gastronomia e tutte le altre espressioni culturali che si possono immaginare in un mondo multietnico ma non per questo appiattito e omologato, anzi forte proprio della sua varietà e mutevolezza.

Penso ad esempio ai numerosi scrittori di origine africana letti e apprezzati nel nostro Paese, come Brhan Tesfay, «uno scrittore nel mondo che migra», con la sua giustissima battaglia contro le etichette che siamo soliti usare, forse per sentirci più tranquilli – migranti economici, clandestini, rifugiati, extracomunitari, G2, nuovi italiani eccetera –, che ci fanno smarrire il senso di una realtà che il più delle volte non si lascia incasellare in schemi precostituiti.

E invece, per comprendere l’importanza della diplomazia culturale, occorre proprio uscire da questi schemi e cercare di capire che dietro i linguaggi politici e mediatici che sentiamo ogni giorno ci sono persone, ognuna con una storia diversa (penso a come Fuocoammare ha saputo mostrarcelo in modo così magistrale), ognuna con diverse speranze e aspirazioni, e che spesso parliamo dei Paesi da cui arrivano i migranti senza averne nemmeno una precisa cognizione.

L’Africa è un continente immenso e con al suo interno tante diversità e tante disuguaglianze che sarebbe impossibile anche solo pensare di accennare l’argomento in questa sede; un continente che è una miniera di culture che spesso, purtroppo, restano sommerse, a rischio davvero di estinguersi senza lasciare traccia, perché in molti territori non c’è nessuno che possa catturarne una testimonianza, fotografare un’opera d’arte, filmare una tecnica o intervistare un artista.

La cooperazione, d’altro canto, punta quasi solamente sulla sanità e sui programmi di nutrizione, mentre la cultura rimane troppo spesso in secondo piano. Eppure, come hanno dimostrato numerosi studi e convegni organizzati negli ultimi anni dall’UNESCO, dall’Organizzazione Internazionale della Francofonia e dalla Commissione Europea, la cultura è un fondamentale fattore di sviluppo, nonché un mezzo per facilitare le relazioni commerciali e per attrarre flussi turistici, ma soprattutto è l’elemento chiave per sostenere le comunità locali nel loro percorso di accesso al sapere e all’informazione, presupposti essenziali per lo sviluppo di una vera democrazia e per l’abbandono definitivo di un’ottica meramente assistenzialista che rischia di ritardare all’infinito la capacità di molti Paesi africani di svincolarsi dalla sudditanza economica verso l’Occidente.

«Intervenire sulle filiere culturali – ha scritto Dioma, e naturalmente condivido in pieno le sue parole – vuole dire lavorare a creare delle opportunità di lavoro e dunque di sviluppo economico di un Paese». È d’altronde la stessa impressione che ho ricavato dalle mie visite in Iran, nel corso della mia esperienza come ministro della Cultura, durante le quali ho avuto modo di apprezzare quanto il dialogo culturale possa davvero arrivare, a volte, molto più lontano di quello politico, e quanto il linguaggio dell’arte e della storia possano essere d’aiuto nella risoluzione delle crisi e nell’apertura di nuovi canali di comunicazione anche tra i Paesi apparentemente più diversi tra loro.

È d’altronde quello che è successo in Europa, dove nemmeno nel corso dei più spaventosi conflitti militari si è mai spezzata la solidarietà internazionale fra gli uomini e le donne della cultura e il sogno della République des lettres europea ha continuato a vivere attraverso la storia fino a realizzarsi nell’Unione Europea.

Un’Unione che purtroppo, nonostante gli esempi positivi di cui si è detto poc’anzi, fatica a volte a ritrovare, nel suo focalizzarsi principalmente sui bilanci e sulle questioni strettamente economiche, le sue radici di istituzione sovranazionale deputata a promuovere un agire unitario e solidale dei Paesi membri.

La percepita incapacità dell’Europa di farsi carico delle istanze in favore di un’Unione meno burocratizzata e più vicina alle necessità reali dei suoi cittadini ha, infatti, aggravato notevolmente la sfiducia verso questa istituzione, generando un’ondata di euroscetticismo senza precedenti dal secondo dopoguerra, il cui risultato più evidente è naturalmente quello della Brexit. È per questo che si rende necessaria una nuova stagione di integrazione europea in cui si torni, appunto, a credere nella cultura come motore per un nuovo sviluppo, virtuoso e sostenibile.

Costruire muri, parlare di invasioni e percepire il Mediterraneo come una barriera e non più come un ponte tra popoli è una strada pericolosa, che rischia di condurci agli stessi integralismi che condanniamo, e a farci perdere di vista le reali potenzialità dell’apertura all’altro anche in termini di rilancio economico, civile e sociale per il nostro Paese.

Tra Italia e Africa, ad esempio, possono sorgere – e in certi casi già esistono – partnership reali e proficue in campo culturale, e il nostro Paese può offrire il suo bagaglio di conoscenze ed esperienze ai Paesi africani per progettare restauri di monumenti e seguirne la realizzazione, per promuovere iniziative di formazione per le maestranze locali e per contrastare il traffico illecito di opere d’arte, crimine odioso che priva le comunità del loro patrimonio identitario e in quanto a volume d’affari si affianca al traffico di droga e al finanziamento del terrorismo internazionale. D’altronde l’Africa ha ampiamente dimostrato all’Expo di Milano, con la partecipazione di 40 Paesi,  la ricchezza del suo patrimonio culturale e artistico, del suo artigianato e della sua cultura alimentare. Si tratta, come dicevo prima, di un patrimonio che non può andare perduto, ma che anzi deve essere tutelato anche con l’ausilio della cooperazione internazionale, in un progetto di ampio respiro che faccia della diplomazia culturale il cardine per costruire nuovi legami politici ed economici.

Per concludere, quella del dialogo tra le culture è una missione importante non soltanto sul piano dello scambio intellettuale e della possibilità di convivere armonicamente all’interno di una stessa società pur appartenendo a culture che possono essere molto diverse tra di loro; è un compito cruciale anche in vista della coesistenza pacifica tra gli Stati, ma che, per essere svolto a dovere, comporta anche il rimettere in discussione alcune modalità che si sono rivelate inefficaci nelle relazioni internazionali, a cominciare dall’idea di supremazia, alla quale bisogna sostituire quella di rispetto reciproco; ed è un compito nel quale la cultura potrà realizzare il suo fine più alto: che non è soltanto quello di ‘conoscere sé stessi’, la propria storia e la propria identità di popoli e di comunità, ma anche e soprattutto quello di conoscere ‘gli altri’, di entrare in dialogo con le comunità e le culture diverse dalla propria, di saperle comprendere e apprezzare, ponendo così le basi per costruire una vera cultura della pace e della crescita sostenibile per tutti i popoli del mondo

Massimo Bray
http://www.massimobray.it/la-diplomazia-culturale-per-lo-sviluppo-dellafrica/