Perché noi immigrati non diciamo la verità

Era seduto sul palco. Aveva un tamburo. Mi piaceva l’idea di un arabo che suonava uno strumento dell’Africa nera. Mi sono avvicinato. – Ciao, tutto bene? Da dove vieni? Non so perché, ma avevo preso quest’abitudine di fare sempre la stessa domanda. – Sono di Casablanca. Tu? – Del Burkina Faso, di Ouagadougou. Era strana questa maniera di rispondere. Sono di Casablanca, sono di Ouagadougou. Come a sottolineare “Sono della città, non di un piccolo villaggio, ma della capitale”. Sembrava la cosa più importante. Il complesso dell’immigrato. Far vedere quello che non si è. La verità è sempre un misto di vita e di sogni. Per diventare bisogna essere. Ma se non si è bisogna trovare qualcosa per “arrivarci”. Sognare per vivere. Mentire, sempre. Per un lungo tempo ho mentito anch’io. In Africa stavo bene. Non ero una persona povera. Dovevo trovare delle soluzioni per continuare. Inventarmi un’altra vita. Qualche volta davanti alle ragazze dicevo che ero francese, “Je suis de Paris”. Era meglio essere di Parigi che africano. Poi qui in Italia quando si parla di Africa, si parla sempre e soltanto di fame, guerre, malattie. Allora diventa difficile ammettere la propria africanità. Così, mentivo su tutto, sull’età, sulla mia vita, sulle cose che facevo. E quando tornavo in Africa, facevo la stessa cosa. Anche lì per non far vedere il mio quasi fallimento, ero obbligato a mentire. Non puoi dire che hai lavorato nei campi di pomodoro, che vivi in una piccola casa con 4 o 5 persone, che sei un “ouvrier” in un’azienda italiana. Non per niente c’è quel detto che dice che quando un immigrato africano torna a casa è come se traslocasse. Deve portare tutto. Deve comprare vestiti che non indossa neanche in Italia, le scarpe (tutte di marche importanti), il telefonino all’ultima moda e tante cose che non servono. Mi ricordo di tutta quella gente che si vestiva con la “veste”, la cravatta, le scarpe Valentino per camminare nelle strade calde e polverose di Ouagadougou, sudando come delle bestie solo per dimostrare che venivano dall’Europa. Le stesse persone le ho riviste qui, nei campi di pomodoro, a fare i “negri”, a lavorare come delle bestie per pochi soldi. Soldi che neanche spendevano, perché dovevano preparare il prossimo rientro a casa. L’unico obiettivo era “Guardami, io ci sono riuscito”. Mi rendo conto di come sia difficile dire le cose come sono, raccontare la verità. Nessuno ti crede. Io ci ho provato. Niente da fare.

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Cleophas Adrien Dioma