Partire, un progetto di vita

Eto’o, capocannoniere storico del Barcellona: “Sono venuto a correre come un negro per vivere come un bianco”
Mi piace quello che dice il calciatore camerunese Samuel Eto’o Fils, il più grande giocatore africano di sempre, ambasciatore Unicef impegnato nella lotta al razzismo: “Sono venuto a correre come un negro per poter vivere come un bianco”. Questa frase riassume bene il comportamento di tanti africani e forse di tanti immigrati. Il modello adesso è il “bianco”. Il “bianco” è quello che vive bene, che studia, che ha una casa e vede il futuro in una maniera diversa. E’ quello che può scegliere. Il modello è comportarsi alla maniera occidentale. Quando vedo con quanta disperazione gli africani affrontano la morte per arrivare qui in Europa, non posso pensare che non ci sia stata da qualche parte una presa di coscienza. È un lottare, forse non come vogliono gli occidentali, non molto rivoluzionario, ma è comunque lottare. Lottare per vivere, per poterci credere, per poter sognare. “Qui non si può fare niente, la Shell paga il mio governo perché non mi dia quello che dovrei avere per vivere bene nella mia terra, non si può più lavorare la terra, coltivare il cotone perché l’America dà le sovvenzioni ai suoi agricoltori. Quando facciamo la rivoluzione ci facciamo ammazzare. Non posso fare niente per cambiare tutto questo, preferisco affrontare la morte per vivere meglio”. Questo è lottare. Quelli che non sanno non lottano, e non cercano di andare. Devi avere già in mente la tua idea sul mondo occidentale, devi già sapere in qualche modo cosa fare se arrivi lì, devi avere da qualche parte già incontrato da te, nel tuo Paese, nelle tue città, il mondo dei “bianchi”. L’immagine che ti sei creato, virtuale o reale, ti porta a pensare che il mondo occidentale è il posto migliore per stare bene. La morte non è più un grosso problema per chi si candida all’immigrazione. Mi ricordo di un detto che usciva sempre nelle parole dei giovani della mia città quando si parlava di partire : “La capra morta non ha più paura del coltello”. Nessun immigrato ti può dire veramente perché se ne va via. Perché non sa veramente cosa va a cercare e cosa troverà. Ha sempre una vaga idea di quel mondo a cui va incontro, ha visto le immagini alla televisione, ha sentito i racconti di quelli che tornano, ha letto i giornali, usa la sua fantasia e soprattutto vuole rifiutare la fatalità. È quasi come una ribellione. Penso alle parole di Tahar Ben Jelloun contenute nel suo ultimo libro “Partire”. C’è un uomo di un Paese europeo che chiede ad una ragazza: “Cosa vuoi fare nella vita?”, lei gli risponde: “Partire” e lui: “Partire non è un lavoro”. Per tanti ragazzi africani partire è diventato un progetto di vita.
Cleophas Adrien Dioma